Introduzione- Un ritorno in grande stile
Dopo quasi un anno di inattività, ritorno su queste pagine virtuali con un, se non il, grande della filosofia: Immanuel Kant. Spinto non tanto da quel pungente desiderio di sarcasmo che animava le rubriche precedenti, stavolta l’intervento è serio e, oserei dire, “didattico”. Ne approfitto anche per prendere le distanze dalla superficialità che caratterizzava la mia produzione precedente, volendomi scusare in particolar modo con Plotino e gli Stoici, spero non me ne abbiano a male se li ho offesi per tutto il tempo (queste scuse non significano però che abbia smesso di disprezzarli). Mi scuso in anticipo con i lettori per la prosa scarna che li attende.
Critica della ragion pura
“Senza sensibilità nessun oggetto ci sarebbe dato e senza intelletto nessun oggetto pensato. I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetto sono cieche.”
L’obiettivo della “Critica” e la sua attualità
Il problema che affligge il nostro è il problema della metafisica. Da tempo schieramenti opposti di filosofi portavano avanti le loro tesi, senza mai giungere ad una sintesi, senza mai individuare la strada giusta da intraprendere, come invece era successo per le scienze. Kant vuole infatti fondare la metafisica come una scienza esatta e per fare questo crea la filosofia trascendentale. Ma non è la metafisica di Kant la parte più interessante della Critica, bensì il mezzo che usa per renderla scientifica, la filosofia trascendentale, a meritare tutta la nostra ammirazione e il nostro studio. Oggi la filosofia trascendentale non serve allo scopo che il nostro le aveva dato, ma più di ieri ci può illuminare sui procedimenti mentali attraverso cui il fisico perviene alle sue costruzioni. La Critica ci permette di vedere con occhi nuovi una fisica che oggi sembra sempre di più basata su un mero empirismo, non vuole darci un contenuto di verità, ma solo una struttura di trasformazioni possibili; ci rivela però una cosa molto importante: come si costruisce l’oggetto.
Struttura dell’opera
I) Dottrina trascendentale degli elementi
- Parte prima: Estetica trascendentale - (studio della sensibilità e delle intuizioni pure di spazio e tempo)
- Parte seconda: Logica trascendentale
- Analitica Trascendentale - (studio dell’intelletto e delle sue forme a priori)
- Analitica dei concetti - (studio della legittimità delle categorie e delle loro caratteristiche)
- Analitica dei principi - (studio dell’applicazione delle categorie alle intuizioni empiriche tramite gli schemi temporali)
- Dialettica Trascendentale - (studio della ragione e dell’erroneo utilizzo delle categorie nella formazione delle idee)
- Analitica Trascendentale - (studio dell’intelletto e delle sue forme a priori)
II) Dottrina trascendentale del metodo
Presupposti
Siamo tutti d’accordo nel dire che i processi che rendono possibile l’oggettivazione (la costruzione dell’oggetto) non possono essere oggetti a loro volta: devono essere assunti come presupposti (che Kant, prudentemente, chiama “fatti”):
- Fatto della sensibilità: l’esistenza di un materiale sensibile di cui è costituito l’oggetto.
- Fatto dell’intuizione: esistono due forme trascendentali che ricevono le forme sensibili, lo spazio e il tempo.
- Fatto dell’intelletto: l’intelletto è strutturato secondo dodici categorie (le stesse di Aristotele, che vedremo più avanti).
Ammesso questo, tutto il resto filerà liscio come l’olio e sublime come il viso di Audrey Hepburn.
Estetica Trascendentale
La sensibilità è la facoltà attraverso cui ci sono date le sensazioni: è la capacità caratteristica del soggetto di essere modificato, non produce contenuti, li riceve dalla realtà esterna in modo intuitivo. Le intuizioni sensibili formatesi non hanno per oggetto la realtà, ma le modificazioni che questa ha sul soggetto conoscente (in parole povere, percepiamo solo il “fenomeno”). Sono le intuizioni pure di spazio e di tempo a condizionare la ricezione del materiale, fuori di esse non può formarsi alcun oggetto, sono ovvero la condizione che rende possibile l’esperienza. L’oggetto, per entrare nella nostra esperienza, deve assumere la struttura delle forme in cui lo riceviamo. È come far passare del pongo attraverso una formina: il pongo assume l’aspetto desiderato. Ne segue che, conosciute tali forme, possiamo conoscere a priori certi caratteri, indipendentemente dall’esperienza. Che la forma del ricevente/recipiente condizioni la ricezione era cosa risaputa, ma Kant per primo pone questo condizionamento come condizione sine qua non della ricezione sensibile. La “cosa in sé” indipendente da queste forme è per noi inconoscibile.
Le intuizioni pure di spazio e di tempo garantiscono la legittimità della matematica in quanto scienza che i suoi fondamenti nelle strutture a priori della mente. Il tempo, senso interno, garantisce per l’aritmetica in quanto considerato come successione, lo spazio, ovviamente, garantisce per la geometria.
Logica Trascendentale
Analitica dei concetti
L‘intelletto è la facoltà che organizza le percezioni operando una sintesi attraverso le categorie (dette anche concetti puri dell’intelletto). Queste categorie indicano tutti i modi possibili in cui l’intelletto pensa e sebbene siano le stesse di Aristotele, per Kant hanno un valore esclusivamente gnoseologico (riguardano cioè il processo conoscitivo) e non ontologico (rispecchiano l’ordinamento dell’essere). Le categorie sono le forme in cui l’intelletto pensa gli oggetti e sono queste:
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Classi |
Categorie |
Giudizi |
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Quantità |
Unità |
Singolare (questo a è b) |
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Pluralità |
Particolare (alcuni a sono b) |
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Totalità |
Universale (tutti gli a sono b) |
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Qualità |
Realtà |
Affermativo (a è b) |
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Negazione |
Negativo (a non è b) |
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Limitazione |
Infinito (a è non b) |
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Relazione |
Inerenza e sussitenza |
Categorico (a è b) |
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Causalità e dipendenza |
Ipotetico (se a, allora b) |
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Comunanza |
Disgiuntivo (a è b oppure c) |
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Modalità |
Possibilità-impossibilità |
Problematico (a può essere b) |
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Esistenza-inesistenza |
Assertorio (è realc che a è b) |
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Necessità-contingenza |
Apodittico (è necessario che a sia b) |
Analitica dei principi
Importante specificare di nuovo che l’intelletto pensa gli oggetti, non li produce, poiché è in questo punto che sorge una difficoltà. Ovvero, come mai un oggetto dato si presenta proprio nelle forme in cui l’intelletto lo pensa? Anche ammettendo che l’intelletto condizioni il pensiero secondo le dodici categorie, come possiamo attribuire la stessa struttura all’oggetto? Questo è il problema che sta alla base della Critica e che tenne impegnato Kant per anni: il problema della deduzione trascendentale.
La soluzione sta nello schematismo trascendentale. Non producendo gli oggetti, l’intelletto non può imprimere direttamente in essi la propria forma (come fanno invece le spazio e tempo). Tuttavia l’intelletto imprime la propria forma allo spazio e al tempo, cioè alle forme recettive e in particolare, quando si tratta delle categorie, nel tempo che include anche lo spazio. In questo modo l’intelletto condiziona indirettamente l’oggetto, pur senza produrlo. Il tempo traduce in schemi temporali le categorie , schemi che sono il tramite tra la sensibilità e l’intelletto e divengono così la chiave della fondazione kantiana della scienza. Questi schemi sono governati da una facoltà intermedia anch’essa: l’immaginazione pura, la facoltà di rappresentare un oggetto nell’intuizione anche se questo non è presente.
Rimane aperto però un problema: chi mi dice che questo schematismo sia necessario? Al contrario delle forme recettive, lo schematismo va giustificato, o, per dirla alla Kant, “dedotto”. Mentre la necessità della natura a sottostare alle forme di spazio e tempo non ha bisogno di giustificazione, la sua necessità di sottostare alle categorie sì. La risposta sta nella deduzione trascendentale: anche quando siano presenti tutti i dati empirici, questi non possono ancora divenire un oggetto d’esperienza se non possono essere raccolti in un pensiero unitario. L’opera unificante delle categorie deve riferirsi ad un’unità originaria, antecedente ad esse. Questa unità è l’“Io penso”. Le categorie esauriscono tutte le forme in cui l’intelletto pensa, cioè unifica. Questa unificazione è condizione necessaria per la formazione dell’oggetto come oggetto di esperienza. L’oggetto non può quindi prescindere dalle categorie. IN questo modo il fulcro di tutta la conoscenza si sposta dall’oggetto al soggetto: l’io diviene legislatore della natura. Sebbene l’Io penso (o “appercezione trascendentale”) sia la forma stessa dell’esistenza, questo non vuol dire che va confusa con l’anima, quindi con la sostanza, in quanto la sostanza fa parte delle categorie e l’io penso è proprio ciò che assicura la validità di queste. Immaginate le categorie come dei cassetti e l’io penso come una cassettiera: non posso infilare la cassettiera nel cassetto e allo stesso modo i cassetti sparsi per la stanza non ordinano affatto, anzi.
Passiamo adesso ai principi puri dell’intelletto ovvero le regole per un giusto uso delle categorie, questi sono quattro, uno per ogni classe di categorie.
- Assiomi dell’intuizione [quantità]: hanno come principio che “tutte le intuizioni sono quantità estensive”, ovvero che tutti gli oggetti sono intuiti nello spazio e nel tempo come quantità.
- Anticipazione della percezione [qualità]: affermano a priori che ogni fenomeno percepito ha una certa intensità che può essere misurata sul piano dell’esperienza oggettiva e successivamente prevista.
- Analogia dell’esperienza [relazione] (dove analogia sta per “proporzione”): l’esperienza del mondo naturale è possibile solo in quanto è possibile stabilire dei rapporti tra i fenomeni:
- Permanenza: “in ogni cambiamento di fenomeni la sostanza permane e la quantità di essa nella natura non aumenta né diminuisce”
- Successione: “tutti i fenomeni accadono secondo la legge della connessione tra causa ed effetto”. Il nesso causa-effetto non è ricavato dall’esperienza, bensì è il presupposto della costruzione di ogni sequenza temporale.
- Simultaneità: tutte le sostanze si trovano tra loro legate in un’azione reciproca universale giacché percepibili nello spazio come simultanee.
Dialettica Trascendentale
Rimane ancora aperto però il problema della metafisica. Fino a quel momento la metafisica era il, oserei dire pessimo, risultato dell’uso illegittimo delle categorie, ovvero la loro applicazione a materiale non empirico. Tuttavia la metafisica scaturisce da un’esigenza radicata nella mente umana: quella di non fermarsi mai nella ricerca delle ragioni ultime di ciò che è dato. La ragione è la facoltà che ricerca incessantemente l’incondizionato, tende a conoscere ciò che va aldilà dell’esperienza. Essa opera con le idee e tende ad un sapere assoluto (slegato dall’esperienza). L’analisi kantiana è incentrata su tre idee che formano il nucleo della metafisica tradizionale (che riprende da Wolff):
- Idea di Anima: incondizionato alla base della psiche [psicologia razionale]. L’anima esprime l’unità assoluta di tutte le idee relative al soggetto. Come già accennato, l’errore comune stava nell’attribuire all’io penso una sostanza; da questo semplice, ma madornale errore derivano tutte le qualità tipicamente associate all’anima: semplicità, unità-identità, immaterialità, immortalità.
- Idea di Mondo: incondizionato alla base dei fenomeni fisici [cosmologia razionale]. Il mondo esprime l’unità assoluta di tutte le idee relative all’oggetto. Nel tentativo di spiegare l’universo tutte le cosmologie incappano in 4 antinomie (opposizioni tra due proposizioni ugualmente valide):
- Mondo finito o infinito?
- Mondo divisibile in parti semplici o no?
- Esiste la libertà o tutto avviene secondo necessità?
- Esiste qualcosa di strettamente necessario nel mondo come causa?
Le prime due sono false entrambe: il mondo è insieme di fenomeni attualmente finito ma potenzialmente infinito. Le seconde due invece non hanno senso per Kant: si riferiscono a due ambiti completamente separati
- Idea di Dio: incondizionato a fondamento dell’intera realtà [teologia razionale]. Dio esprime l’unità assoluta di tutti i predicati, ovvero di tutte le possibilità dell’essere. Kant confuta le tre prove principali a favore dell’esistenza di Dio:
- Prova ontologica (Dio in quanto essere perfettissimo possiede la qualità dell’esistenza): l’errore consiste nel passaggio arbitrario tra piano del pensiero e piano dell’essere.
- Prova cosmologica (Dio causa prima e necessaria del mondo): l’errore consiste nell’applicare ad un ente che trascende l’esperienza il concetto di causa. Le categorie infatti si possono applicare solo all’interno del mondo fenomenico, non come raccordo tra quello noumenico (in questo caso dio) e quello fenomenico.
- Prova fisico-teleologica (l’ordine del mondo prova l’esistenza di Dio): è un argomento empirico che poggia su un paragone sull’arte umana. Potrà al massimo provare l’esistenza di un architetto, ma non di un Dio creatore.
Kant conclude con l’esclusione della possibilità di costruire una scienza metafisica: le illusioni metafisiche discendono dall’uso scorretto delle idee di ragione. Nonostante ciò queste idee possono anche avere un buon uso: quello regolativo. La ragione, come facoltà che tende all’incondizionato, porta l’uomo a cercare sempre un’unità sistematica del sapere, il concetto di totalità aiuta nell’organizzare la conoscenza.
Una piccola introduzione però serve. Locke nasce nel 1632 e muore nel 1704, inglese, si ritrova nel bel mezzo delle guerre civili, ma per la maggior parte del tempo vive in Olanda, a quanto pare molto apprezzata per le libertà di espressione concesse ai suoi cittadini (sebbene Spinoza non credo al pensi alla stessa maniera). Nella Epistola, Locke analizza prima di tutto i rapporti che devono esserci tra Stato e Chiesa e dove finiscono (e iniziano) le libertà e i poteri dell’uno e dell’altro. Locke è laico, nel vero senso del termine: sostiene la divisione completa tra Stato e Chiesa (come disse anche Gesù: “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio). È pure liberalista: ritiene ovvero che lo stato debba occuparsi solo di difendere le proprietà e i beni del cittadino, senza imporsi in altre faccende. Il suo pensiero è quanto mai attuale e sarebbe bene che molti dei nostri politici e soprattutto lo Stato Vaticano lo tengano a mente, perché cardine di tutte le moderne concezioni statali. Ma adesso vediamo qualche passo interessante dall’Epistola.
C’è da dire che Cartesio era molto saggio e prudente, per non dire paraculo. Non si è mai sbilanciato e non l’ha mai voluto fare. La sua morale provvisoria (battezzata anche Morale del Paraculo o Morale dell’Albergo) si articola in tre: primo, osservare leggi e consuetudini del proprio paese, essere moderati ed educati. Secondo, tenere un atteggiamento fermo ogni qualvolta si prende una decisione. Terzo, piuttosto che provare a cambiare il mondo prova a cambiare te stesso. Perché Cartesio definisce questa morale provvisoria? (lo so, sto andando disordinatamente, ma non mi interessa) Perché si era accorto che il sapere dell’epoca era un sapere incerto, basato su fondamenta pericolanti —l’aristotelismo— e che quindi andava rivoluzionato. Si doveva innanzitutto trovare un nuovo metodo per trovare la verità, e poi ripartire da zero con il sapere. Immaginando i due saperi come due edifici, uno vecchio e pericolante, l’altro in costruzione, la morale provvisoria è quell’albergo in cui si vive nell’attesa che si fondi una metafisica abbastanza solida (l’edifico nuovo) sulla quale basare tutta la propria vita. Il metodo di Cartesio è un metodo matematico, rigoroso, analitico-deduttivo. Si articola in quattro punti: primo,dell’evidenza, accettare come vero solo ciò che è chiaro ed evidente. Secondo, dell’analisi, se una cosa non è chiara ed evidente allora farla a pezzi fino a che non lo è. Terzo, della sintesi, riprendere tutti i pezzi, ormai chiari ed analizzati e rimetterli insieme in modo tale che la cosa, ricostruita, sia adesso tutta chiara ed evidente. Quarto, dell’enumerazione, ovvero ricontrollare di aver eseguito tutto con ordine e criterio, senza aver dimenticato nulla. Ora, da dove viene questa certezza e chiarezza? Dalla mente, che coglie le cose direttamente (intuizione) o le deduce da cose chiare ed intuite (come i teoremi matematici). Cartesio è un razionalista, crede fermamente nella ragione per raggiungere la conoscenza.
Riporto, grazie alle ultimissime UAAR, la lettera che Calvino scrisse a Magris nel febbraio del ‘75, dopo che quest’ultimo scrisse un articolo sul corriere riguardo alla sacralità della vita. Come dicevo: è apparso sulle ultimissime UAAR, ma ci sta che qualcuno di voi non l’abbia visto o letto, perciò ve lo ripropongo qua. Sono delle stupende parole, di sublime umanità, che condivido in pieno e portano ai miei occhi — e spero anche ai vostri — Calvino tra le persone che meritano le massima ammirazione (sebbene questa non potrà mai essere superiore a quella che ho per Umberto Eco.)

