Piuttosto che una trattazione completa ed organica del grande empirista inglese mi limiterò — sebbene non sia una vera e propria limitazione — a parlare della sua Lettera sulla tolleranza, la quale ci offre molti spunti interessanti di riflessione. Rimando una sintesi della sua filosofia tutta in seguito, magari quando avrò colmato il “gap” tra lui e Cartesio (leggasi: quando ne avrò voglia).
Una piccola introduzione però serve. Locke nasce nel 1632 e muore nel 1704, inglese, si ritrova nel bel mezzo delle guerre civili, ma per la maggior parte del tempo vive in Olanda, a quanto pare molto apprezzata per le libertà di espressione concesse ai suoi cittadini (sebbene Spinoza non credo al pensi alla stessa maniera). Nella Epistola, Locke analizza prima di tutto i rapporti che devono esserci tra Stato e Chiesa e dove finiscono (e iniziano) le libertà e i poteri dell’uno e dell’altro. Locke è laico, nel vero senso del termine: sostiene la divisione completa tra Stato e Chiesa (come disse anche Gesù: “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio). È pure liberalista: ritiene ovvero che lo stato debba occuparsi solo di difendere le proprietà e i beni del cittadino, senza imporsi in altre faccende. Il suo pensiero è quanto mai attuale e sarebbe bene che molti dei nostri politici e soprattutto lo Stato Vaticano lo tengano a mente, perché cardine di tutte le moderne concezioni statali. Ma adesso vediamo qualche passo interessante dall’Epistola.
Dico [la Chiesa] che è una società libera e volontaria. Nessuno nasce membro di una chiesa, altrimenti la religione del padre e degli avi perverrebbe ad ogni uomo per diritto ereditario e ciascuno dovrebbe la propria fede ai propri natali: non si può pensare nulla di più assurdo di questo.
Che dire allora del battesimo alla nascita? Sebbene non sia la vera e propria entrata nella chiesa cattolica è di certo una “carta fedeltà” che diventerà una “carta socio” con la cresima. Comunque si inserisce subito il bambino nell’ordine di idee che dovrà fare la comunione e la cresima. E anche se si opporrà, avrà avuto, nei primi anni della sua vita, quelli più incisivi, una parziale educazione da parte di una Chiesa.
Se bisogna esortare i cristiani ad astenersi dalla vendetta, perfino quando sono stati provocati da torti ripetuti anche settanta volte sette, quanto più devono astenersi da ogni ira e ogni violenza dettata da inimicizia coloro che non hanno sofferto nulla da altri, e avere il massimo scrupolo di non ledere quelli dai quali non sono mai stati lesi in nulla. […] Quando si tratta degli affari e dei beni familiari o della salute del corpo, ciascuno ha pieno diritto di decidere da sé cosa gli convenga fare e gli è lecito seguire quello che a suo giudizio è il partito migliore.
Questo dovrebbe essere applicato non solo per la Chiesa e per i Cristiani, ma in generale per tutte le cose. Se una legge permette un aumento di libertà ad un gruppo e non danneggia i rimanenti, perché opporsi? Perché opporsi ad esempio alle coppie di fatto, alla procreazione assistita, all’aborto? Se uno non è d’accordo, non farà queste cose, ma non deve impedirlo agli altri.
Non chiedano [gli ecclesiastici], in aiuto della loro eloquenza e della loro dottrina, i fasci e le scuri del magistrato: potrebbe accadere che, mentre essi sbandierano il loro amore per la verità, il loro zelo, un po’ troppo entusiasta del ferro e del fuoco, svelasse la smania di potere.
Pertanto ciascuno ha cura della propria anima, e bisogna lasciargliela. Si dirà: e se la trascura? Rispondo: che cosa accade se trascura la propria salute? o l’amministrazione del patrimonio? Tutte cose che sono più vicine alla giurisdizione del magistrato. Forse il magistrato con una legge apposita impedirà che diventi povero o che si ammali? Le leggi, per quel che possono cercano di proteggere i beni e la salute dei sudditi dalla forza e dall’inganno altrui, non dall’incuria o dalla dissipazione del proprietario.
…non spetta al magistrato punire con le leggi o colpire con la spada tutte le cose che ritiene essere peccati di fronte a Dio.
Questi tre passi sono tutti inquadrati nella laicità dello stato, in un senso e nell’altro. La Chiesa non può influenzare le leggi dello stato, portarle a punire quelli che per lei sono peccati ma per lo stato sono indifferenti. Purtroppo in Italia queste cose succedono. La laicità è l’unica base sulla quale può svilupparsi la tolleranza.
Prima infatti si deve obbedienza a Dio, poi alle leggi. Ma si osserverà: che cosa accade se il magistrato con una legge comanda ciò che alla coscienza privata sembri illecito? Se si verificasse, allora, secondo me, il privato dovrebbe astenersi dall’azione che, in base al responso della sua coscienza, è illecita, ma dovrebbe sottostare alla pena che non è illecito sopportare. Infatti il giudizio privato di un qualsiasi cittadino non elimina l’obbligatorietà di una legge promulgata per il bene pubblico e in materia politica, né merita tolleranza.
Non c’è bisogno che commenti molto questo, il riferimento all’obiezione di coscienza è chiaro e io condivido in pieno ciò che afferma Locke: se non vuoi vendere la pillola, ne subisci le conseguenze, nessuno ti ha obbligato a fare il medico, ma nessuno ti obbliga ad andare contro la tua religione.


Bravo James. Ma soprattutto bravo Locke. La sua lettera sulla Tolleranza è uno dei testi da cui più abbiamo da imparare se pensiamo a quanta intolleranza c’è ancora al giorno d’oggi (e non parlo solo di religione).
Visto che è una lettera magari è il caso di spedirla Benny che magari si schiarisce le idee. Ci sta che alla libreria del vaticano abbiano finito le copie, forse è per quello che continua a farsi gli affari dello stato.
Bravo James. Ma soprattutto bravo Locke. Anzi no, bravo James e basta. A parte gli scherzi: sicuramente importanti i passaggi che hai tratto, la società moderna avrebbe molto da imparare, però volevo far notare alcune cose meno conosciute (e naturalmente meno esaltate) del grande empirista inglese: l’importanza che Locke dava alle libertà personali e quindi l’assoluto primeggiare della proprietà privata (che lo spinge ad affermare che esistesse già nello stato di natura, così come gli scambi commerciali basati sull’arricchimento del capitale), era in gran parte volta a “proteggere” la nuova borghesia, capitalistica, appunto, a far sì che non avesse limitazione alcuna nell’arricchirsi. Per farti capire, parallelamente a tutti gli aspetti assolutamente libertari ed egualitari dell’inghilterra dell’epoca (basti pensare a Voltaire e al famoso episodio della borsa di Londra), esisteva un sistema giuridico-legislativo per cui se un poveraccio rubava un coniglio ad un agricoltore (capitalista) rischiava nientepopòdimeno che…la forca!
Ma tornando a Locke, anche la sua tolleranza aveva dei limiti: non so se sai che ce l’aveva infatti a morte con gli atei (sarebbe stata dura per “james ò àtheos”…) e con i cattolici: ti spiego subito perchè. Con gli atei perchè pensava, ritenendo la società fondata su giuramenti, che costoro non potessero giurare su alcunchè di sacro: la loro parola, (fondamento essenziale dello scambio commerciale……..) non aveva alcun valore, avrebbero costituito un ostacolo al libero commercio.
Per quel che riguarda i cattolici: dici il vero quando affermi che Locke fosse laico. Ma aveva un’altra priorità, quella di cui ho scritto prima; e la borghesia capitalistica inglese si era formata, antecedentemente alla prima rivoluzione industriale, attraverso un esproprio delle terre della chiesa cattolica. Affermare e difendere la libertà di culto di costoro, avrebbe costituito l’enorme pericolo di una rivendicazione delle proprietà perdute. Non dimenticare, in questo ambito, che la gloriosa rivoluzione inglese (non posso essere troppo preciso, perchè come forse saprai il tuo amico Bontempelli sata a piè pari quei secoli di storia…), alla quale Locke prende attivamente parte, scoppia quando si diffonde la notizia che la moglie del vecchio re James II è incinta. E allora? Si dà il caso che questo re fosse cattolico, Locke e i suoi aspettavano soltanto che morisse, alla suddetta notizia, sapendo che il pargolo avrebbe ricevuto un’educazione cattolica, diventando un potenziale, anzi, sicuro “abolitore” dei divieti riservati ai cattolici, diedero il via alla rivolta. Questa rivoluzione è detta gloriosa per sottolineare l’assoluta assenza di spargimenti di sangue, come se la detronizzazione di James II fosse volontà di tutta la popolazione. In realtà fu così facile per i rivoltosi per il semplice fatto che avevano dalla loro parte l’intera borghesia, che, a partire dalla precedente (e sanguinaria) rivoluzione, deteneva ormai il controllo di tutta la burocrazia e del tesoro.
Comunque, dicevo, bravo James.
P.S. SCUSA PER LA LUNGHEZZA DELL’INTERVALLO, NON HO MAI TEMPO DI COMMENTARE QUESTO INTERESSANTE BLOG, PER UNA VOLTA CHE LO FACCIO, MI SONO LASCIATO ANDARE!!
Tutto ciò che dici è verissimo, quindi non posso che spiegarti perché non ho parlato di quelle cose. Questo intervento, al contrario di altri, non vuole essere una trattazione sistematica di Locke, nella quale avrei dovuto mettere anche questi aspetti, bensì uno spunto di riflessione a partire da alcuni estratti dalla sua lettera sulla tolleranza.
Per quanto riguarda gli atei, l’argomentazione che porta Locke è quella, ma rimane il fatto che si tratta soltanto di un pregiudizio dettato dall’epoca in cui viveva, e di natura esclusivamente politica. Perciò, tranquillo Locke, ti perdono per le brutte cose che hai detto.
A proposito, riguardo alla politica di Locke e a quello che hai detto: meglio il soldo che il sangue!
Locke, senz’altro, ha fatto un enorme passo avanti, rispetto alla società del suo tempo, continuamente devastata da guerre di religione, campagne inquisitorie, oppressione culturale. Ma oggi direi che è il caso di recuperare la critica alla tolleranza fatta dal filosofo Thomas Paine con il libro The Rights of Man, pubblicato in due parti (1791 e 92) nel turbolento contesto della Rivoluzione Francese, cui Paine prendeva parte attivamente.
In funzione antifeudale, con la Declaration des Droits d’Homme et du Citoyen del 26-08-1789 l’Assemblea Nazionale Costituente aveva proclamato quelli che oggi chiamiamo i Diritti Umani, universali e inalienabili (e non su base contrattualistica, come quelli che i nascenti Stati Uniti qualche anno prima avevano dichiarato con il famoso “We hold these truths as self-evident…” ecc.), che andavano dall’habeas corpus al diritto di partecipazione passando, appunto, per la libertà di pensiero e di religione. Rispetto alle filosofie della tolleranza -il cui capofila è Locke, ma vi appartiene anche Voltaire- la Costituente dell’89 fece un enorme passo avanti in quanto negò quella superiorità del tollerante rispetto al tollerato implicita, a ben guardare, nell’idea di tolleranza. Paine nei suoi scritti concettualizzò questo principio -partendo da una filosofia di stampo deistico ormai superata, questo sì- e rilevò che nella tolleranza è implicita l’intolleranza.
In alcuni casi, oggi, parlare di tolleranza è in effetti solo un vizio linguistico, intendendo de facto questo livello di libertà superiore. Ma il più delle volte, ahinoi, il tollerante davvero si pone e si considera come superiore al “tollerato”, e la tolleranza una concessione, anche se ovvia: così spesso -troppo spesso- per la tolleranza dell’eterosessuale verso l’omosessuale, del cattolico il protestante, del cristiano verso il musulmano, del bianco verso il nero. Così era per Locke stesso, che escludeva dalla tolleranza atei e cattolici (è facile intuire il perchè), e per Voltaire, che escludeva gli ebrei.
La Declaration del 1789 è raramente vista nella pienezza del suo significato, storicamente rivoluzionario ed ideologicamente fondamentale; Paine è un filosofo che a scuola non si nomina quasi mai, è assente in quasi tutti i libri di testo di filosofia. Ma il sisatema di principi dei diritti umani andrebbe oggi più che mai recuperato e ne andrebbe fatto il principio ispiratore di qualunque atto poltico, sociale, culturale.
Scusate se mi sono dilungato, ma è un argomento cui tengo molto e, semplicemente, non ho resistito.