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kant_2_2Introduzione- Un ritorno in grande stile

Dopo quasi un anno di inattività, ritorno su queste pagine virtuali con un, se non il, grande della filosofia: Immanuel Kant. Spinto non tanto da quel pungente desiderio di sarcasmo che animava le rubriche precedenti, stavolta l’intervento è serio e, oserei dire, “didattico”. Ne approfitto anche per prendere le distanze dalla superficialità che caratterizzava la mia produzione precedente, volendomi scusare in particolar modo con Plotino e gli Stoici, spero non me ne abbiano a male se li ho offesi per tutto il tempo (queste scuse non significano però che abbia smesso di disprezzarli). Mi scuso in anticipo con i lettori per la prosa scarna che li attende.

 

Critica della ragion pura

“Senza sensibilità nessun oggetto ci sarebbe dato e senza intelletto nessun oggetto pensato. I pensieri senza contenuto sono vuoti, le intuizioni senza concetto sono cieche.”

 

L’obiettivo della “Critica” e la sua attualità

Il problema che affligge il nostro è il problema della metafisica. Da tempo schieramenti opposti di filosofi portavano avanti le loro tesi, senza mai giungere ad una sintesi, senza mai individuare la strada giusta da intraprendere, come invece era successo per le scienze. Kant vuole infatti fondare la metafisica come una scienza esatta e per fare questo crea la filosofia trascendentale. Ma non è la metafisica di Kant la parte più interessante della Critica, bensì il mezzo che usa per renderla scientifica, la filosofia trascendentale, a meritare tutta la nostra ammirazione e il nostro studio. Oggi la filosofia trascendentale non serve allo scopo che il nostro le aveva dato, ma più di ieri ci può illuminare sui procedimenti mentali attraverso cui il fisico perviene alle sue costruzioni. La Critica ci permette di vedere con occhi nuovi una fisica che oggi sembra sempre di più basata su un mero empirismo, non vuole darci un contenuto di verità, ma solo una struttura di trasformazioni possibili; ci rivela però una cosa molto importante: come si costruisce l’oggetto.

Struttura dell’opera

I) Dottrina trascendentale degli elementi

  • Parte prima: Estetica trascendentale  – (studio della sensibilità e delle intuizioni pure di spazio e tempo)
  • Parte seconda: Logica trascendentale 
    • Analitica Trascendentale  – (studio dell’intelletto e delle sue forme a priori)
      • Analitica dei concetti – (studio della legittimità delle categorie e delle loro caratteristiche)
      • Analitica dei principi – (studio dell’applicazione delle categorie alle intuizioni empiriche tramite gli schemi temporali)
    • Dialettica Trascendentale  – (studio della ragione e dell’erroneo utilizzo delle categorie nella formazione delle idee)

II) Dottrina trascendentale del metodo

Presupposti

Siamo tutti d’accordo nel dire che i processi che rendono possibile l’oggettivazione (la costruzione dell’oggetto) non possono essere oggetti a loro volta: devono essere assunti come presupposti (che Kant, prudentemente, chiama “fatti”):

  • Fatto della sensibilità: l’esistenza di un materiale sensibile di cui è costituito l’oggetto.
  • Fatto dell’intuizione: esistono due forme trascendentali che ricevono le forme sensibili, lo spazio e il tempo.
  • Fatto dell’intelletto: l’intelletto è strutturato secondo dodici categorie (le stesse di Aristotele, che vedremo più avanti).

Ammesso questo, tutto il resto filerà liscio come l’olio e sublime come il viso di Audrey Hepburn.

Estetica Trascendentale

La sensibilità è la facoltà attraverso cui ci sono date le sensazioni: è la capacità caratteristica del soggetto di essere modificato, non produce contenuti, li riceve dalla realtà esterna in modo intuitivo. Le intuizioni sensibili formatesi non hanno per oggetto la realtà, ma le modificazioni che questa ha sul soggetto conoscente (in parole povere, percepiamo solo il “fenomeno”). Sono le intuizioni pure di spazio e di tempo a condizionare la ricezione del materiale, fuori di esse non può formarsi alcun oggetto, sono ovvero la condizione che rende possibile l’esperienza. L’oggetto, per entrare nella nostra esperienza, deve assumere la struttura delle forme in cui lo riceviamo. È come far passare del pongo attraverso una formina: il pongo assume l’aspetto desiderato. Ne segue che, conosciute tali forme, possiamo conoscere a priori certi caratteri, indipendentemente dall’esperienza. Che la forma del ricevente/recipiente condizioni la ricezione era cosa risaputa, ma Kant per primo pone questo condizionamento come condizione sine qua non della ricezione sensibile. La “cosa in sé” indipendente da queste forme è per noi inconoscibile.

Le intuizioni pure di spazio e di tempo garantiscono la legittimità della matematica in quanto scienza che i suoi fondamenti  nelle strutture a priori della mente. Il tempo, senso interno, garantisce per l’aritmetica in quanto considerato come successione, lo spazio, ovviamente, garantisce per la geometria.

Logica Trascendentale

Analitica dei concetti

L‘intelletto è la facoltà che organizza le percezioni operando una sintesi attraverso le categorie (dette anche concetti puri dell’intelletto). Queste categorie indicano tutti i modi possibili in cui l’intelletto pensa e sebbene siano le stesse di Aristotele, per Kant hanno un valore esclusivamente gnoseologico (riguardano cioè il processo conoscitivo) e non ontologico (rispecchiano l’ordinamento dell’essere). Le categorie sono le forme in cui l’intelletto pensa gli oggetti e sono queste:

Classi

 Categorie

Giudizi

 

Quantità

 Unità

 Singolare (questo a è b)

 Pluralità

 Particolare (alcuni a sono b)

 Totalità

 Universale (tutti gli a sono b)

 

Qualità

 Realtà

 Affermativo (a è b)

 Negazione

 Negativo (a non è b)

 Limitazione

 Infinito (a è non b)

 

Relazione

 Inerenza e sussitenza

 Categorico (a è b)

 Causalità e dipendenza

 Ipotetico (se a, allora b)

 Comunanza

 Disgiuntivo (a è b oppure c)

 

Modalità

 Possibilità-impossibilità

 Problematico (a può essere b)

 Esistenza-inesistenza

 Assertorio (è realc che a è b)

 Necessità-contingenza

 Apodittico (è necessario che a sia b)

Analitica dei principi

Importante specificare di nuovo che l’intelletto pensa gli oggetti, non li produce, poiché è in questo punto che sorge una difficoltà. Ovvero, come mai un oggetto dato si presenta proprio nelle forme in cui l’intelletto lo pensa? Anche ammettendo che l’intelletto condizioni il pensiero secondo le dodici categorie, come possiamo attribuire la stessa struttura all’oggetto? Questo è il problema che sta alla base della Critica e che tenne impegnato Kant per anni: il problema della deduzione trascendentale.

La soluzione sta nello schematismo trascendentale. Non producendo gli oggetti, l’intelletto non può imprimere direttamente in essi la propria forma (come fanno invece le spazio e tempo). Tuttavia l’intelletto imprime la propria forma allo spazio e al tempo, cioè alle forme recettive e in particolare, quando si tratta delle categorie, nel tempo che include anche lo spazio. In questo modo l’intelletto condiziona indirettamente l’oggetto, pur senza produrlo. Il tempo traduce in schemi temporali le categorie , schemi che sono il tramite tra la sensibilità e l’intelletto e divengono così la chiave della fondazione kantiana della scienza. Questi schemi sono governati da una facoltà intermedia anch’essa: l’immaginazione pura, la facoltà di rappresentare un oggetto nell’intuizione anche se questo non è presente.

Rimane aperto però un problema: chi mi dice che questo schematismo sia necessario? Al contrario delle forme recettive, lo schematismo va giustificato, o, per dirla alla Kant, “dedotto”. Mentre la necessità della natura a sottostare alle forme di spazio e tempo non ha bisogno di giustificazione, la sua necessità di sottostare alle categorie sì. La risposta sta nella deduzione trascendentale: anche quando siano presenti tutti i dati empirici, questi non possono ancora divenire un oggetto d’esperienza se non possono essere raccolti in un pensiero unitario. L’opera unificante delle categorie deve riferirsi ad un’unità originaria, antecedente ad esse. Questa unità è l’“Io penso”. Le categorie esauriscono tutte le forme in cui l’intelletto pensa, cioè unifica. Questa unificazione è condizione necessaria per la formazione dell’oggetto come oggetto di esperienza. L’oggetto non può quindi prescindere dalle categorie. IN questo modo il fulcro di tutta la conoscenza si sposta dall’oggetto al soggetto: l’io diviene legislatore della natura. Sebbene l’Io penso (o “appercezione trascendentale”) sia la forma stessa dell’esistenza, questo non vuol dire che va confusa con l’anima, quindi con la sostanza, in quanto la sostanza fa parte delle categorie e l’io penso è proprio ciò che assicura la validità di queste. Immaginate le categorie come dei cassetti e l’io penso come una cassettiera: non posso infilare la cassettiera nel cassetto e allo stesso modo i cassetti sparsi per la stanza non ordinano affatto, anzi. 

Passiamo adesso ai principi puri dell’intelletto ovvero le regole per un giusto uso delle categorie, questi sono quattro, uno per ogni classe di categorie.

  • Assiomi dell’intuizione [quantità]: hanno come principio che “tutte le intuizioni sono quantità estensive”, ovvero che tutti gli oggetti sono intuiti nello spazio e nel tempo come quantità.
  • Anticipazione della percezione [qualità]: affermano a priori che ogni fenomeno percepito ha una certa intensità che può essere misurata sul piano dell’esperienza oggettiva e successivamente prevista.
  • Analogia dell’esperienza [relazione] (dove analogia sta per “proporzione”): l’esperienza del mondo naturale è possibile solo in quanto è possibile stabilire dei rapporti tra i fenomeni:
    • Permanenza: “in ogni cambiamento di fenomeni la sostanza permane e la quantità di essa nella natura non aumenta né diminuisce”
    • Successione: “tutti i fenomeni accadono secondo la legge della connessione tra causa ed effetto”. Il nesso causa-effetto non è ricavato dall’esperienza, bensì è il presupposto della costruzione di ogni sequenza temporale.
    • Simultaneità: tutte le sostanze si trovano tra loro legate in un’azione reciproca universale giacché percepibili nello spazio come simultanee.

Dialettica Trascendentale

Rimane ancora aperto però il problema della metafisica. Fino a quel momento la metafisica era il, oserei dire pessimo, risultato dell’uso illegittimo delle categorie, ovvero la loro applicazione a materiale non empirico. Tuttavia la metafisica scaturisce da un’esigenza radicata nella mente umana: quella di non fermarsi mai nella ricerca delle ragioni ultime di ciò che è dato. La ragione è la facoltà che ricerca incessantemente l’incondizionato, tende a conoscere ciò che va aldilà dell’esperienza. Essa opera con le idee e tende ad un sapere assoluto (slegato dall’esperienza). L’analisi kantiana è incentrata su tre idee che formano il nucleo della metafisica tradizionale (che riprende da Wolff):

 

  • Idea di Anima: incondizionato alla base della psiche [psicologia razionale]. L’anima esprime l’unità assoluta di tutte le idee relative al soggetto. Come già accennato, l’errore comune stava nell’attribuire all’io penso una sostanza; da questo semplice, ma madornale errore derivano tutte le qualità tipicamente associate all’anima: semplicità, unità-identità, immaterialità, immortalità.
  • Idea di Mondo: incondizionato alla base dei fenomeni fisici [cosmologia razionale]. Il mondo esprime l’unità assoluta di tutte le idee relative all’oggetto. Nel tentativo di spiegare l’universo tutte le cosmologie incappano in 4 antinomie (opposizioni tra due proposizioni ugualmente valide):
    • Mondo finito o infinito?
    • Mondo divisibile in parti semplici o no?
    • Esiste la libertà o tutto avviene secondo necessità?
    • Esiste qualcosa di strettamente necessario nel mondo come causa?

Le prime due sono false entrambe: il mondo è insieme di fenomeni attualmente finito ma potenzialmente infinito. Le seconde due invece non hanno senso per Kant: si riferiscono a due ambiti completamente separati

  • Idea di Dio: incondizionato a fondamento dell’intera realtà [teologia razionale]. Dio esprime l’unità assoluta di tutti i predicati, ovvero di tutte le possibilità dell’essere. Kant confuta le tre prove principali a favore dell’esistenza di Dio:
    • Prova ontologica (Dio in quanto essere perfettissimo possiede la qualità dell’esistenza): l’errore consiste nel passaggio arbitrario tra piano del pensiero e piano dell’essere.
    • Prova cosmologica (Dio causa prima e necessaria del mondo): l’errore consiste nell’applicare ad un ente che trascende l’esperienza il concetto di causa. Le categorie infatti si possono applicare solo all’interno del mondo fenomenico, non come raccordo tra quello noumenico (in questo caso dio) e quello fenomenico.
    • Prova fisico-teleologica (l’ordine del mondo prova l’esistenza di Dio): è un argomento empirico che poggia su un paragone sull’arte umana. Potrà al massimo provare l’esistenza di un architetto, ma non di un Dio creatore.

Kant conclude con l’esclusione della possibilità di costruire una scienza metafisica: le illusioni metafisiche discendono dall’uso scorretto delle idee di ragione. Nonostante ciò queste idee possono anche avere un buon uso: quello regolativo. La ragione, come facoltà che tende all’incondizionato, porta l’uomo a cercare sempre un’unità sistematica del sapere, il concetto di totalità aiuta nell’organizzare la conoscenza.

Piuttosto che una trattazione completa ed organica del grande empirista inglese mi limiterò — sebbene non sia una vera e propria limitazione — a parlare della sua Lettera sulla tolleranza, la quale ci offre molti spunti interessanti di riflessione. Rimando una sintesi della sua filosofia tutta in seguito, magari quando avrò colmato il “gap” tra lui e Cartesio (leggasi: quando ne avrò voglia).

john_locke.jpgUna piccola introduzione però serve. Locke nasce nel 1632 e muore nel 1704, inglese, si ritrova nel bel mezzo delle guerre civili, ma per la maggior parte del tempo vive in Olanda, a quanto pare molto apprezzata per le libertà di espressione concesse ai suoi cittadini (sebbene Spinoza non credo al pensi alla stessa maniera). Nella Epistola, Locke analizza prima di tutto i rapporti che devono esserci tra Stato e Chiesa e dove finiscono (e iniziano) le libertà e i poteri dell’uno e dell’altro. Locke è laico, nel vero senso del termine: sostiene la divisione completa tra Stato e Chiesa (come disse anche Gesù: “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio). È pure liberalista: ritiene ovvero che lo stato debba occuparsi solo di difendere le proprietà e i beni del cittadino, senza imporsi in altre faccende. Il suo pensiero è quanto mai attuale e sarebbe bene che molti dei nostri politici e soprattutto lo Stato Vaticano lo tengano a mente, perché cardine di tutte le moderne concezioni statali. Ma adesso vediamo qualche passo interessante dall’Epistola.

Dico [la Chiesa] che è una società libera e volontaria. Nessuno nasce membro di una chiesa, altrimenti la religione del padre e degli avi perverrebbe ad ogni uomo per diritto ereditario e ciascuno dovrebbe la propria fede ai propri natali: non si può pensare nulla di più assurdo di questo.

Che dire allora del battesimo alla nascita? Sebbene non sia la vera e propria entrata nella chiesa cattolica è di certo una “carta fedeltà” che diventerà una “carta socio” con la cresima. Comunque si inserisce subito il bambino nell’ordine di idee che dovrà fare la comunione e la cresima. E anche se si opporrà, avrà avuto, nei primi anni della sua vita, quelli più incisivi, una parziale educazione da parte di una Chiesa.

Se bisogna esortare i cristiani ad astenersi dalla vendetta, perfino quando sono stati provocati da torti ripetuti anche settanta volte sette, quanto più devono astenersi da ogni ira e ogni violenza dettata da inimicizia coloro che non hanno sofferto nulla da altri, e avere il massimo scrupolo di non ledere quelli dai quali non sono mai stati lesi in nulla. […] Quando si tratta degli affari e dei beni familiari o della salute del corpo, ciascuno ha pieno diritto di decidere da sé cosa gli convenga fare e gli è lecito seguire quello che a suo giudizio è il partito migliore.

Questo dovrebbe essere applicato non solo per la Chiesa e per i Cristiani, ma in generale per tutte le cose. Se una legge permette un aumento di libertà ad un gruppo e non danneggia i rimanenti, perché opporsi? Perché opporsi ad esempio alle coppie di fatto, alla procreazione assistita, all’aborto? Se uno non è d’accordo, non farà queste cose, ma non deve impedirlo agli altri.

Non chiedano [gli ecclesiastici], in aiuto della loro eloquenza e della loro dottrina, i fasci e le scuri del magistrato: potrebbe accadere che, mentre essi sbandierano il loro amore per la verità, il loro zelo, un po’ troppo entusiasta del ferro e del fuoco, svelasse la smania di potere.

Pertanto ciascuno ha cura della propria anima, e bisogna lasciargliela. Si dirà: e se la trascura? Rispondo: che cosa accade se trascura la propria salute? o l’amministrazione del patrimonio? Tutte cose che sono più vicine alla giurisdizione del magistrato. Forse il magistrato con una legge apposita impedirà che diventi povero o che si ammali? Le leggi, per quel che possono cercano di proteggere i beni e la salute dei sudditi dalla forza e dall’inganno altrui, non dall’incuria o dalla dissipazione del proprietario.

…non spetta al magistrato punire con le leggi o colpire con la spada tutte le cose che ritiene essere peccati di fronte a Dio.

Questi tre passi sono tutti inquadrati nella laicità dello stato, in un senso e nell’altro. La Chiesa non può influenzare le leggi dello stato, portarle a punire quelli che per lei sono peccati ma per lo stato sono indifferenti. Purtroppo in Italia queste cose succedono. La laicità è l’unica base sulla quale può svilupparsi la tolleranza.

Prima infatti si deve obbedienza a Dio, poi alle leggi. Ma si osserverà: che cosa accade se il magistrato con una legge comanda ciò che alla coscienza privata sembri illecito? Se si verificasse, allora, secondo me, il privato dovrebbe astenersi dall’azione che, in base al responso della sua coscienza, è illecita, ma dovrebbe sottostare alla pena che non è illecito sopportare. Infatti il giudizio privato di un qualsiasi cittadino non elimina l’obbligatorietà di una legge promulgata per il bene pubblico e in materia politica, né merita tolleranza.

Non c’è bisogno che commenti molto questo, il riferimento all’obiezione di coscienza è chiaro e io condivido in pieno ciò che afferma Locke: se non vuoi vendere la pillola, ne subisci le conseguenze, nessuno ti ha obbligato a fare il medico, ma nessuno ti obbliga ad andare contro la tua religione.

Idolatria

Ho deciso che approfitterò di questi momenti anche per un minimo di riflessione. Perché l’ironia, la satira, non è attività gretta e volgare, ma richiede riflessione. Se vi è bastata quella per capire la vignetta allora fermatevi qui. Altrimenti continuate.

Il problema è più serio di quanto si pensi. Ora, serio, diciamo interessante. Delle tre religioni rivelate solo il Cristianesimo (e nemmeno tutte le sette, credo solo i Cattolici e i Protestanti) ammette la rappresentazione della Divinità. Non solo, la divinità è divisa in tre parti, secondo un dogma trinitario che è tutto fuorché chiaro, logico, sensato, naturale. Possiede centinaia di santi, le cui salme vengono venerate. Un paio di giorni fa hanno riesumato la salma di quell’impostore di padre Pio, pure canonizzato. Quello che si faceva le stimmate con l’acido formico. E via tutta la gente a pregare sulla sua salma, a baciare il vetro appannato, a osannare un cadavere. Così come l’idolatria verso Gesù crocifisso, adorazione verso un’immagine di morte e sofferenza. Sono questi gli idoli del cristianesimo, i morti, i sofferenti. I santini si riproducono come funghi, ci sono santi per qualsiasi cosa, dai giardinieri, ai geografi, agli innamorati. Santi per tutto. Ma a questo punto non era più bella una fiera religione politeista? Con tutte quelle divinità dai nomi fieri che si davano battaglia per sciocchezze? Di certo avremmo avuto storie più interessanti che quelle di sofferenza e redenzione che ci offre il cattolicesimo. Vogliamo mettere oppure con la venerazione del Sole? Quella sarebbe anche utile, sensata, oppure, come nella vignetta, adorare idoli di fertilità. Ma sto divagando… Fatto sta che si vede sempre meno venerare Dio (cosa che in se sarebbe anche ben) e sempre più venerare i santi e le madonne. Sarà, ma ci vedo molto poco di monoteismo, molto poco di religione, e tanta idolatria…

Il Ministero della Verità aggiunge: Che differenza c’è tra superstizione e religione? Sondaggio: dai un nome alla tua ignoranza!

Dopo mesi di assenza da queste pagine Web, torna la rubrica filosofica. Certo, con un salto di più di un millennio, ma d’altronde anche nella nostra piccola storia di uomini questa rubrica ha avuto un buio di mesi. Non che ci sia un parallelismo spinoziano tra la cadenza di questi interventi e il susseguirsi di filosofi, ma non si può negare che come giustificazione fa la sua scena. Vediamo un po’ cosa abbiamo saltato. Innanzitutto Agostino, che invece stavolta si rivela vagamene utile, poi tutta la scolastica, con Tommaso d’Aquino e purtroppo anche Occam. Abbiamo saltato il pensiero politico di Machiavelli, e soprattutto tutto il rinascimento, con il suo Neoplatonismo naturalista: Bruno, Campanella, Telesio. Ignorato Bacone, che sarebbe anche simpatico, Galilei non verrà affrontato, e questo, fra tutti, è quello che invece se lo meriterebbe di più. Perché in questi interventi ci occuperemo principalmente di una cosa: la nascita del pensiero moderno, in tutte le sue sfaccettature. Ora, ci sarebbe da parlare un mucchio di Renatuccio, per ragioni di spazio taglierò parecchio, non avetene a male.

Renato Cartesio o, a voler essere precisi René Descartes.

“Cogito Ergo Sum”

“Non è sufficiente possedere una buona mente,
l’importante è saperla usare nel modo giusto.”

CartesioC’è da dire che Cartesio era molto saggio e prudente, per non dire paraculo. Non si è mai sbilanciato e non l’ha mai voluto fare. La sua morale provvisoria (battezzata anche Morale del Paraculo o Morale dell’Albergo) si articola in tre: primo, osservare leggi e consuetudini del proprio paese, essere moderati ed educati. Secondo, tenere un atteggiamento fermo ogni qualvolta si prende una decisione. Terzo, piuttosto che provare a cambiare il mondo prova a cambiare te stesso. Perché Cartesio definisce questa morale provvisoria? (lo so, sto andando disordinatamente, ma non mi interessa) Perché si era accorto che il sapere dell’epoca era un sapere incerto, basato su fondamenta pericolanti —l’aristotelismo— e che quindi andava rivoluzionato. Si doveva innanzitutto trovare un nuovo metodo per trovare la verità, e poi ripartire da zero con il sapere. Immaginando i due saperi come due edifici, uno vecchio e pericolante, l’altro in costruzione, la morale provvisoria è quell’albergo in cui si vive nell’attesa che si fondi una metafisica abbastanza solida (l’edifico nuovo) sulla quale basare tutta la propria vita. Il metodo di Cartesio è un metodo matematico, rigoroso, analitico-deduttivo. Si articola in quattro punti: primo,dell’evidenza, accettare come vero solo ciò che è chiaro ed evidente. Secondo, dell’analisi, se una cosa non è chiara ed evidente allora farla a pezzi fino a che non lo è. Terzo, della sintesi, riprendere tutti i pezzi, ormai chiari ed analizzati e rimetterli insieme in modo tale che la cosa, ricostruita, sia adesso tutta chiara ed evidente. Quarto, dell’enumerazione, ovvero ricontrollare di aver eseguito tutto con ordine e criterio, senza aver dimenticato nulla. Ora, da dove viene questa certezza e chiarezza? Dalla mente, che coglie le cose direttamente (intuizione) o le deduce da cose chiare ed intuite (come i teoremi matematici). Cartesio è un razionalista, crede fermamente nella ragione per raggiungere la conoscenza.

Ma passiamo alla cosa più figa di Renato, dove mostra tutto il suo genio e da veramente una svolta a tutta la filosofia che verrà in futuro (e quando dico tutta intendo proprio tutta). Cartesio, notando che le nostre conoscenze sono state fatte allo scazzo, inizia sistematicamente a dubitare di tutto, alla maniera degli scettici, ma con l’obiettivo di trovare qualcosa di veramente certo, non solo di fare il simpatico. Inizia dubitando dei sensi, che ci ingannano molto spesso, poi della ragione, dato che spesso ci da giudizi errati e sbagliati, dubita della nostra stessa percezione del mondo, giacché quando sognamo tutto ci appare reale anche se “non lo è”. Arriva a dubitare della stessa matematica: se esistesse infatti un Dio con un brutto senso dell’umorismo che si divertisse a far sì che 2+2 fa 5? Questo è il dubbio iperbolico di Cartesio, che investe qualsiasi cosa sulla faccia della Terra (e anche magari degli altri pianeti) e che tocca ogni cosa, eccetto una. Da questa cosa si deve partire, perché è la nostra unica certezza. Noi dubitiamo di tutto, ma non del fatto che dubitiamo. L’atto del dubitare è indubitabile, non possiamo mettere in dubbio il fatto che stiamo dubitando. Dubitare significa pensare. E se penso devo esistere. Cogito ergo sum! Penso dunque sono! Questa è l’unica nostra certezza. C’è un problema però: che me ne faccio? Magari io esisto, ma sono sicuro di esistere solo come soggetto pensante e ciò non mi serve a niente. Per questo ci viene in aiuto un simpatico amico: Dio. Con le solite tre dimostrazioni che convincono solo i credenti — e che io mi rifiuto di scrivere – Cartesio inventa un Dio garante della verità e dell’esistenza del mondo. Così distingue due sostanze diverse alla radice, completamente slegate, la res cogitans e la res extensa, sostanza pensante e sostanza estesa, il pensiero e la materia. Ora Cartesio è nella merda fino al collo e si ritrova a dover unire le due cose, ma non sa come fare. L’uomo infatti controlla il proprio corpo con la mente, ma come avviene questo contatto? Questo Renatuccio lo spiega male e fallaciemente, con discorsi ridicoli che per brevità non starò ad esporre.

Ci sono piuttosto oltre alla sua filosofia in sé, aspetti di Cartesio che sono fondamentali da un punto di vista socio-culturale. Il primo, che la netta divisione tra pensiero e materia dà dignità a questa e ne permette uno studio slegato dalla spiritualità e da tutte le altre menate religiose e filosofiche. La seconda è la nuova concezione di Idea, che segnerà una svolta nel pensiero occidentale. L’idea non è più il modello di una cosa, bensì l’oggetto del pensiero, l’idea è il parto della mente. Poi le divide in fittizie avventizie e innate, ma questo non è importante. L’importante è che Cartesio distrugge finalmente tutti i precedenti criteri di verità. D’ora in poi tutti si dovranno confrontare con lui, con il suo pensiero, non con quello di Aristotele. D’ora in poi la fisica e le scienze in generale diverranno indipendenti da tutto il resto. Qui sta la rivoluzione.

Rideo Ergo Sum I

Nell’attesa che trovi la voglia di riprendere a pieno ritmo la rubrica filosofica (Spinoza non mi invita particolarmente), ecco a voi una nuova rubrica che allieterà i vostri passaggi da quest’angolo squamoso, spesso troppo mesto o impegnato in temi che non fanno affatto sorridere (basta pensare al viso di Benny 16 che subito ti monta la rabbia). Dato che ridere fa bene, e io voglio bene a tutti voi almeno il doppio di quanto ve ne vuole Gesù vi lascio con questa “burla”.
the new creationism

Questo articolo è qualcosa di enormemente palloso ve lo dico subito. Lo scrivo per dare alcune delucidazioni giuridiche sull”imputazione di omicidio volontario con dolo eventuale al dirigente della ThyssenKrupp. Che cosa è il dolo eventuale? Praticamente consiste nell’accettazione di un rischio concreto. Un esempio di dolo eventuale potrebbe essere un tipo che vuole colpire con una pistola un cartello stradale in una piazza affollata di gente. Il rischio che becchi qualcuno in testa è qualcosa di molto concreto, le probabilità sono alte. Il dolo eventuale in sostanza è un caso particolare di omicidio volontario (la pena si aggira intorno ai venti anni di carcere). Tutta un’altra cosa è invece la colpa cosciente che è un’aggravante dell’omicidio colposo ma si resta comunque nell’ambito di un’azione che non prevede volontarietà. La differenza sta nel fatto che in questo caso l’imputato accetta di correre un rischio che non è concreto ma astratto. Ovvero compie un’azione in cui ci sono dei margini di rischio ma non così elevate da rendere il rischio probabile, ma solo possibile. L’imputazione al dirigente della fabbrica tedesca potrebbe cadere proprio per questo motivo. Starà ai magistrati decidere. Tuttavia penso che sarà difficile dimostrare che ci fosse un margine di rischio talmente elevato. Anche questa pena comunque prevede delle sanzioni molto gravi(la colpa cosciente si aggira intorno alla quindicina di anni in reclusione).

Bene. Dopo questo noioso ma interessante excursus giuridico (buon sangue non mente) passiamo alla mia opinione personale. Inutile dire quanto resti sgomento di fronte a fatti del genere. Ormai siamo abituati a vedere il desiderio di profitto scavalcare ogni tipo di valore che un tempo ritenevamo importante. L’Italia in queste cose è maestra. Uno di questi è proprio la vita, che sembra valere meno di qualche lira spesa per un po’ di sicurezza. Nessuna scusa questa volta. Lo sapevano tutti che la fabbrica non era a norma di legge. ” Ma che vuoi che sia, in fondo dovrà restare aperta solo pochi mesi, non succederà nulla in pochi mesi” E invece è accaduto e adesso pagate! Eppure di morti sul lavoro come queste ne accadono tante ogni anno. Come è possibile allora che le altre volte non se ne è saputo niente? I familiari dei sette operai morti evidentemente hanno pianto più forte. Ma se davvero non si tratta di un singolo episodio dobbiamo fare qualcosa: più controlli, più leggi, meno mafia e anche meno soldi forse…pazienza non è quello l’importante. Cazzo, siamo l’unico stato a disinteressarsi dell’incolumità dei propri cittadini, l’unico stato ad avere una regione-discarica che sta uccidendo mezza Campania, l’unico stato che permette a un operaio di farsi bruciare vivo dal suo stesso lavoro. Siamo davvero così egoisti noi italiani? “Non è vero, sono i tedeschi che fanno gli stronzi a casa nostra”. No cari miei perché in Germania le fabbriche della ThyssenKrupp hanno degli impianti di sicurezza eccellenti. Solo da noi riescono a fare il cazzo che gli pare. Meditiamo gente…

meditiamo.

Nuova carne da macello

È con sommo gaudio e gioia che faccio questo lieto annuncio. Un altro essere umano si è presentato in questo blog per coadiuvarmi nel diffondere un verbo buono e giusto sulla terra. Le sue origini sono nobili, per non dire alto borghesi, nato in quella magistratura che tanto piace a Berlusconi. A proposito: avete notato come ha iniziato a fare il giovane quel nano settantenne? Si veste sempre con camiciole nere o colorate, non più bianche, la cravatta ignorata e il colletto aperto a voler mostrare un collo tirato con le pinze (al contrario di Walter che invece ha un doppiomento impressionante, tipo un pellicano). Ma torniamo a questo nuovo collaboratore. Il suo nome è Dionigi, sta a voi decidere quale dei tanti (io propendo per quello di Alicarnasso). Vi dirò anche che ha avuto un’altra identità: un tempo era infatti un assiduo commentatore, di nome Dini. Quello che segue (sebbene sia sopra questo intervento) è il suo primo contributo.

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